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Vicovaro

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Veduta di Vicovaro

Vicovaro può considerarsi la porta d’accesso naturale alla Valle dell’Aniene, alla Valle Ustica e al Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili. E’ l’erede della romana Varia, posta ai confini del territorio degli Equi; la tradizione locale, in verità, lo pone nelle località Quarto del Piano e Mammalocchi confondendo così i vasti avanzi di costruzioni poligonali di ville agricole del periodo romano con antiche mura di città. Varia fu annessa, nella divisione attuata da Augusto – quando l’Aniene segnò i confini del Lazio a sud e della Sabina a nord – alla tribù Camilia, e la sua giurisdizione allora si estendeva sino alla Valle Ustica, l’odierna Valle del Licenza. Qui c’era la villa rurale del poeta Orazio, donatagli da Mecenate nel 32 a.C. Il poeta latino affermava nelle sue Epistole che a Varia solevano andare cinque dei suoi dipendenti per trattare la «cosa pubblica»:Vilice silvararum et mihi me reddentis agelli Quem tu fastidis habitatum quinque focis et Quinque bonos solitum Variam dimittere patres. L’esistenza del municipium di Varia, contestata da alcuni storici, è confermata dalla iscrizione onoraria C.I.L. XIV, 3472, ritrovata nel secolo XVIII presso la fontana pubblica di fronte al Palazzo Cenci-Bolognetti ove è conservata. Varia, oltre che dal poeta venusiano, viene ricordata anche da Strabone nel suo Rerum Geographicarum. Il primo che localizzò l’antica Varia in Vicovaro fu il Cluverio: seguito poi in tale attribuzione dall’Olstenio e dal Fabretti, ecc. Il toponimo Vicovaro venne interpretato come Vicus Varronis o Vicus Vari, dallo stesso Marco Antonio Sabellico, illustre umanista nativo di Vicovaro. Le testimonianze archeologiche del passato romano di Varia sono parecchie; molti resti di ville rurali e residenziali, epigrafi e vari materiali architettonici e decorativi disseminati nella zona.

Il Sepolcro di Vicovaro

Tra questi ricordiamo: Le poderose mura in bell’opus quadratum di cardellino che sostruiscono la zona sud verso il fiume Aniene e che raggiungono l’altezza di trenta metri circa con 14 – 15 filari; Il sarcofago con parte frontale strigilata, raffigurante due sposi nella dextrarum iunctio con il genio dell’imene, posto come fontana pubblica a piazza Regina Margherita davanti a palazzo Bolognetti; Le quattro belle colonne in breccia che adornano il portico della chiesa di S. Antonio, che al dire del Gori provengono dalla località Quarto del Piano; Il cosiddetto sarcofago di Meleagro, rappresentante la caccia del cinghiale Caledonio, bellissimo esemplare del periodo dei Severi, ritrovato in località Boccoccio ed ora conservato a Roma nella Sala del Camino del Palazzo dei Conservatori; Il mausoleo cilindrico al Km. 39,450 della via Valeria, più noto come il “sepolcro di Vicovaro”, il cui rivestimento, adornato di bucrani e festoni, è parzialmente ricomposto nel Museo Gregoriano del Vaticano; Il sepolcro di Caio Maenio Basso, (I secolo d.C.), detto “la Lapide”, monumento funebre definitivamente ricomposto nel 1882.

Convento Francescano a San Cosimato

Ed infine, i grandiosi resti degli acquedotti dell’Anio Vetus, del Claudio e del Marcio che traforata la rupe di S. Cosimato proseguivano lungo l’Aniene verso Roma. Nel periodo tardo-romano, Varia decadde; il suo centro abitato si spopolò sino a ridursi ad un semplice «vicus» e le popolazioni si raccolsero intorno alle ville residenziali e rurali, nei fondi facenti parte delle enormi masse (come ad esempio la Mandelana e la Jubenzana, ecc.,). Il Cristianesimo penetrò in queste terre seguendo la Via Valeria, anche se le usanze pagane furono lente a morire. Il Monachesimo fiorì in queste zone già dai secoli V-VI; grazie alla divulgazione di S. Equizio nacquero cenobi, come quello dedicato ai SS. Martiri Cosma e Damiano (S. Cosimato), ed in questo sito, secondo la tradizione originata da un passo dei Dialoghi di S. Gregorio, avvenne il tentato avvelenamento di S. Benedetto, eletto abate di questa comunità monastica. Le invasioni dei barbari, le scorrerie prima di Totila nel 545 poi di Autari nel 589 e di Agilulfo, finirono di infierire colpi mortali a queste località.

Il Medioevo

Ma più terribili furono le devastazioni compiute dai Saraceni, prima durante il pontificato di Gregorio IV (827-877), poi in quello di papa Giovanni VIII negli anni 876-877. La campagna romana si trasformò a poco a poco in un vasto deserto infestato dalle febbri. La Sabina e la Tuscia vennero messe a fuoco, i monasteri di Subiaco e Vicovaro distrutti e questo sino al pontificato di Giovanni X (916-929) quando le orde saracene furono battute prima nella Valle del Baccano, presso Campagnano, poi, proprio nei pressi di Vicovaro nel Campo di S. Cosimato. In verità, i riferimenti storici che riguardano questa battaglia non sono confortati da nessuna documentazione certa, ma tratti da una tradizione riportata dal Nicodemi e da un antico manoscritto che erroneamente attribuisce a Carlo Magno l’esito vittorioso della battaglia, nonostante l’evento sia avvenuto a distanza di un secolo dalla morte dell’Imperatore: “In un bellissimo e delizioso piano corre voce ottenne Carlo Magno un’insigne vittoria contro un re saraceno, che a Saracinesco, lungi non più di che tre miglia da Vicovaro dimorava in memoria di che e per rendere al Dio degli eserciti le dovute grazie facesse una divina e capace chiesa edificare sotto l’invocazione de gloriosissimi martiri Cosma e Damiano…”.

Alla famosa battaglia sono ispirate due delle tre lunette del portico della chiesa del Convento, dipinte da Antonio Rosati da Vicovaro (1636-1683) nel 1670, due anni dopo l’insediamento dei francescani nel complesso conventuale (25 luglio 1668). Al secolo XI risale verosimilmente, l’incastellamento di Vicovaro, sorto su quella che fu la cittadella della Varia romana, per volere dei Crescenzi-Ottaviani di Sabina, cioè di una consorteria laica che aveva occupato lo spazio politico già appartenuto alla decaduta abbazia vicovarese dei SS. Cosma e Damiano. L’agglomerato urbano della Vicovaro medioevale si sviluppò a raggiera intorno all’ex chiesa di S. Silvestro (Piazza S. Silvestro) quindi crebbe successivamente allineando le sue costruzioni lungo la strada principale che uniti i punti più importanti (Chiesa, Piazzetta del mercato, ingresso alla Rocca, ecc.) collegava la Porta, che si apriva nella parte bassa, con quella della parte alta del paese. Ed è nel 1140 che per la prima volta troviamo testimoniato in un documento il nome Vicovaro: l’atto ci riferisce l’avvenuta occupazione, qualche anno prima, della chiesa di S. Cosimato, importante punto strategico nella valle dell’Aniene, da parte dei tiburtini: «… et tiburtinis qui tenent castrum Sancti Paoli et ecclesiam S. Cosme de Vicovaro…» .

Gli Orsini

Quasi certamente, fu tra il 1194 ed il 1196 che Papa Celestino III (Giacinto Bobone) concesse in feudo le terre della città di Varia, insieme con Bardella e Cantalupo (l’odierna Mandela) a titolo di pegno: il diploma è citato nelle Gesta Innocentii III, ai pronipoti Giangaetano, Giacomo, Napoleone e Matteo figli di Orso Bobone che, abbandonato il cognome di Bobone, divennero dapprima Ursini, ed in seguito Orsini. Gli Orsini ampliarono l’abitato e lo fortificarono ulteriormente al punto che dai cronisti del sec. XIII era ritenuto una rocca imprendibile, di grande importanza strategica nelle guerre per la conquista del Regno di Sicilia da parte di Carlo d’Angiò. Il 29 ottobre del 1273, gli allora Signori di Vicovaro, Francesco e Giacomo di Napoleone e Matteo Orso Orsini concedettero alla Comunità di questo castello gli statuti comunali, tra i più antichi del genere. Nel 1378, l’8 aprile, durante i tumulti che scoppiarono a Roma per l’elezione di Urbano VI, il Cardinale Giacomo Orsini fratello di Giovanni e Rinaldo, dei conti di Tagliacozzo, Signori del luogo, fuggì da Roma e riparò nel castello di Vicovaro: morì il 15 agosto 1379 a Capistrello, ove si era ulteriormente rifugiato.

Nel 1456 agli Orsini di Tagliacozzo, estinti con Giovanni Antonio – cui si deve la costruzione della prima fase della Cappella di S. Giacomo- subentrarono il ramo congiunto di Bracciano nelle figure del cardinal Latino, Napoleone, Roberto e Giovanni, abate commendatario di Farfa ed Arcivescovo di Trani. E proprio a quest’ultimo, che godette della Signoria di Vicovaro, si deve il compimento nella sua parte scultorea del più famoso monumento di Vicovaro. Oltre quelle di Martino V Colonna e di Pio II, vi furono altre visite importanti a Vicovaro come quella di papa Sisto IV del 1473 a Giovanni Orsini, arcivescovo di Trani, descritta dal Platina nel volume dedicatogli «De vera nobilitate», e quella di Ferrante d’Aragona, sempre a Giovanni di Trani, nel febbraio del 1475, come si può trarre dal De Conviventia del Pontano. Il castello vicovarese fu anche luogo di un importante incontro tra Alessandro VI Borgia e Alfonso II d’Aragona per decidere sulle sorti d’Italia nell’imminente invasione di Carlo VIII di Francia per conquistare il Regno di Napoli. L’incontro avvenuto il 13 luglio 1494 venne descritto dal Gattico nel suo De itineribus romanorum Pontificum attingendo notizie dal Diario del Burcardo, cerimoniere della corte pontificia, testimone oculare dell’incontro. Sempre dal Merula sappiamo che vi morì il 3 dicembre del 1533 Ludovico Gonzaga da Bozzolo detto Rodomonte, generale di Clemente VII, nel tentativo di punire il ribelle Napoleone di Gian Giordano Orsini, abate commendatario di Farfa e Signore del luogo.

Il 1° ottobre del 1556, nella guerra tra Paolo IV Carafa e Filippo II, il castello venne espugnato da Vespasiano Gonzaga figlio di Ludovico, comandante degli imperiali. I pontifici poi lo riconquistarono il 14 febbraio 1557 dopo averlo assediato per cinque giorni continui e come dice il Moroni: «gli assalitori entrarono con tanta rabbia nel Castello, che tra tedeschi e spagnoli ne tagliarono a pezzi quattrocento». Un atto notarile del 12 giugno 1541 segna una data importante per il nostro paese: a Francesco, figlio di secondo letto di Gian Giordano Orsini, per la sua pessima condotta di vita, fu imposto di cedere tutti i diritti di primogenitura al fratello Girolamo, che divenne così il titolare del ducato di Bracciano. A lui rimasero in godimento vita natural durante Vicovaro, Cantalupo, Bardella e Saracinesco. Così con Francesco, si venne a creare il cosiddetto ramo degli Orsini di Vicovaro o d’Aragona. E questo ramo degli Orsini governò Vicovaro sino al 19 marzo 1607, ossia alla morte di Giovan Battista di Francesco, quando estintasi questa progenie per mancanza di eredi maschi, Vicovaro, Cantalupo e Bardella, ritornarono al legittimo proprietario, l’allora duca di Bracciano, Virginio Orsini. Agli Orsini di Aragona è da ricondurre la stesura degli Statuti di Vicovaro dell’8 luglio del 1602.

Nella seconda metà del sec. XVI iniziò il decadimento dell’abitato dovuto sia al venir meno della primaria importanza militare della zona, sia alle continue e funeste pestilenze. Dannosissima sarà quella del 1656 che fece scendere il numero della popolazione a 422 abitanti, e la conseguente carestia del 1691 che costrinse la comunità impoverita e stremata a chiedere aiuto alla Sacra Congregazione del Buon Governo. Il 24 luglio del 1690 la Reverenda Camera Apostolica, intesa la Congregazione dei Baroni, pose all’asta alcuni beni spettanti ai fratelli Orsini: Flavio, duca di Bracciano e Lelio principe di Vicovaro, perseguitati dai creditori. Tra questi beni c’era Vicovaro «… con sua giurisdizione, titolo, territorio ed altri beni, stanto mobili che stabili…».

I Bolognetti

Palazzo Cenci-Bolognetti

Il 16 aprile 1692, si autorizzò la vendita di Vicovaro al conte Paolo Bolognetti ed al figlio Ferdinando per la somma di 66.000 scudi. L’atto fu rogato il giorno successivo dal notaio Antonio Oliviero. Così dopo cinquecento anni di pressoché ininterrotto dominio, gli Orsini lasciarono la terra che fu uno dei loro primi e più importanti feudi. I Bolognetti iniziarono a Vicovaro in quegli anni la trasformazione dell’ex Palazzo Orsini che vollero tramutare in una costruzione più consona al loro rango. L’ampliamento venne effettuato sotto la direzione dell’architetto Sebastiano Cipriani e consistette nella sopraelevazione del fabbricato prossimo all’ex rocca Orsini, nella edificazione di una nuova ala del palazzo (l’odierna facciata) e di altri caseggiati destinati alla servitù ed alla attività agricola. Sistemazioni successive furono quelle dirette da Nicola Salvi, già alle dipendenze della Famiglia Bolognetti e da Giuseppe Doria ai quali si deve la costruzione del tinello nuovo e del granaio, l’arredamento degli appartamenti ed i consueti lavori di manutenzione dei fabbricati.

Il Palazzo fu luogo di villeggiatura della famiglia e ambìto richiamo della nobiltà romana e molti, i visitatori stranieri amici dei Bolognetti che vi soggiornarono. Nel 1743, in concomitanza del crescente prestigio di Mons. Mario Bolognetti, fratello del principe di Vicovaro, Giacomo Alamandino elevato alla carica cardinalizia nello stesso anno da Papa Benedetto XIV, si diede il via alla ricostruzione della fatiscente chiesa di S. Pietro. Il progetto era stato affidato all’architetto Gerolamo Theodoli, fratello di Flavia, zio materno di Giacomo Alamandino e del Card. Mario Bolognetti. Il 18 maggio 1789, il paese venne visitato da Pio VI diretto a Subiaco, come riporta il Moroni «… il papa […] proseguì il viaggio per Vicovaro, feudo del conte Girolamo Bolognetti, il quale per dimostrare la di lui venerazione, aveva fatto erigere un grande arco nella strada presso la posta dei cavalli, ornato di varie statue rappresentanti altrettante Virtù, di emblemi ed iscrizioni. Oggi, il Castello è proprietà di un ramo dei Cenci-Bolognetti, famiglia succeduta ai Bolognetti nel 1775 nel possesso del feudo e del titolo di Principi di Vicovaro.

Vicovaro Oggi

Piazza San Pietro

L’intero borgo odierno di Vicovaro, che trova il suo centro vitale nella Piazza San Pietro, è un vero palinsesto: tuttora conserva le strutture abitative, che vanno dal medioevo al barocco, ricche d’elementi architettonici e decorativi. Questo impianto per la sua eterogeneità ed equilibrio ha da sempre attirato l’attenzione degli urbanisti. Leggibili, ad un occhio attento, sono tutte le fasi di espansione dell’abitato: quella medievale; quella del secolo XV, quando il vecchio nucleo abitativo, tutto raccolto attorno alle chiese si arricchì di discrete dimore gentilizie; quella cinquecentesca, in cui edifici nuovi trovarono sbocco in un’area rimasta sin allora quasi deserta, tra la Cappella, S. Pietro e il Palazzo Orsini o allineandosi ai lati della “Piazza grande” o di fronte alla vecchia chiesa di S. Pietro o lungo la strada di maggior transito che dalla Piazzetta del Mercato (Piazzetta) conduce alla Porta Capo.

Infine quella dei secoli XVI e XVII, che portò all’edificazione di altri caseggiati, nati a ridosso – decaduto ormai il loro scopo difensivo – delle stesse mura di Vicovaro. Percorrendo ora le vie intorno alle piccole piazze si ritrovano, seppur rovinate dal tempo e dall’incuria dell’uomo, le tracce di quell’ “antica nobiltà”, come le definì Papa Pio II Piccolomini in visita a Vicovaro nel 1461: frammenti antichi, portali di tufo nero con la rosa ursina, scritte latine con i nomi dei proprietari, stemmi diversi, ecc. Tra i Monumenti moderni, oltre quello dei Caduti in guerra, ricordiamo quello dedicato a Riccardo Di Giuseppe, ai Martiri di Villa Spada e delle Pratarelle, in ricordo dell’eccidio di 30 civili Vicovaresi, compresi vecchi, donne e bambini, di cui uno ancora nel grembo materno, perpetrati il 22 dicembre 1943 tramite fucilazione a forte Bravetta, il 5 e 7 giugno del 1944 in località Villa Spada e sulla vicina collina delle Pratarelle da un reparto dell’esercito tedesco in ritirata.

L’Eccidio di Vicovaro

L'Eccidio di Vicovaro

Gli episodi narrati, oltre ad essere attestati in atti ufficiali del Comune di Vicovaro, sono il risultato delle numerose testimonianze di persone che ne furono protagoniste. Nel clima delle celebrazioni, che da qualche anno a questa parte riviviamo nel nostro paese, ricordiamo le vittime della ferocia nazifascista, consacrando alla memoria il dovuto e sentito riconoscimento per le atroci sofferenze e stragi inflitte alla nostra popolazione. Il sacrificio delle 30 vittime, nostri compaesani, dell’oppressione nazifascista, appartiene al patrimonio dei valori della nostra terra, della nostra patria che, grazie al sacrificio del sangue versato dei suoi figli, è stato possibile riconquistare.

E’ nostra intenzione mantenere vivo nella memoria delle giovani generazioni il ricordo delle vittime così barbaramente trucidate, riconoscendo come a tantissimi altri, il merito di aver contribuito alla conquista della libertà, che fece dell’Italia dopo venti anni di dittatura fascista, un paese democratico, amante della giustizia e della pace. Ricordiamo così l’eccidio delle 30 vittime di Vicovaro trasmettendo la conoscenza della tragedia anche al di fuori del nostro territorio: ai paesi vicini, a tutti gli Italiani e al mondo intero, affinché il pericolo di nuove guerre, di nuovi lutti e di nuove rovine, non appartengano più al mondo civile.

La retata degli Antifascisti Vicovaresi

Il 7 novembre 1943, a Vicovaro, furono catturati una decina di antifascisti accusati di aver distribuito della stampa clandestina e di aver duramente criticato la Repubblica Sociale Italiana. Atrocemente torturati e seviziati, prima dentro il Palazzo Cenci-Bolognetti, furono poi trasferiti a Roma nel carcere di Regina Coeli, dove rimasero per diverso tempo in attesa di giudizio. Tra questi c’era Riccardo Di Giuseppe il cui caso merita un’attenzione particolare. Di idee libere, aperte, non sopportava soprusi di sorta e restrizioni della sua libertà, desiderava fin da bambino di essere un garibaldino. Dopo l’avvento del fascismo, ed in seguito ad intrighi e beghe locali, perdette il posto di lavoro. Per riottenerlo lo obbligarono a far atto di sottomissione al regime fascista, ma egli si rifiutò. Per questo fu considerato un “sovversivo” e perseguitato a tal punto da essere costretto a fuggire in Francia, dove si unì alla folta schiera di antifascisti che avevano già oltrepassato la frontiera.

Alla caduta del fascismo tornò a Vicovaro, dove trascorse serenamente i rimanenti giorni prima dell’8 settembre. Subito dopo, però, ricominciò il suo lungo calvario, che lo costrinse a vivere nascosto fino al giorno della cattura: la sua sorte era oramai segnata. Dopo il trasferimento al Carcere di Regina Coeli, fu portato ripetute volte nelle sale di tortura di Via Tasso, dove venne ridotto ad una larva d’uomo. Volevano che parlasse. Che rivelasse i nomi dei suoi complici che complottavano contro il regime di Salò e del Nazismo. Ma egli non aveva nulla da rivelare perché non aveva complici. Fu processato dalla Corte Militare tedesca e accusato di cospirazione contro il nazifascismo e attività partigiana. Condannato a morte per fucilazione, morì a Forte Bravetta il 22 novembre del 1943.

L’Eccidio di Villa Spada

L'Eccidio di Villa Spada

Il 5 giugno del 1944, un piccolo presidio di truppe naziste in ritirata, si era sistemato a Vicovaro in un cascinale nei pressi di Villa Spada in contrada S. Vito. I soldati, spossati dalla lunga e forzata marcia, avevano bisogno di riposare e rifocillarsi. Verso sera, una pattuglia intenta a razziare del cibo per la cena, avvistò dei cavalli e degli asini: avevano ricevuto dal comandante, ordini di catturare tutto ciò potesse essere utile al trasporto di armi e bagagli per proseguire il cammino, quando, nascosti dietro delle siepi, alcuni pastori esplosero in aria dei colpi di pistola.

La pattuglia, colta di sorpresa e credendo di essere attaccata da una formazione di partigiani, scappando, corse a riferire al comandante dell’accaduto. Subito dopo fu ordinato un rastrellamento in zona che portò alla cattura di tre ignari contadini intenti a lavorare la terra: Brigido Perozzi di anni 72, Dante Proietti Giuseppe di anni 38, Amerigo Pecchi di anni 16. Furono condotti forzatamente nel casolare di Villa Spada, sotto la minaccia delle armi e immediatamente condannati a morte. Spinti ai margini della tenuta, li indussero a scavarsi la fossa e lì abbatterono con ripetute scariche di mitra. Per qualche giorno, dell’efferato atto non rimase traccia in quanto, i tedeschi, ricoprirono con poca terra i corpi delle tre innocenti vittime.

La Strage delle Pratarelle

A soli due giorni di distanza dall’eccidio di Villa Spada, e a pochissime ore dalla liberazione delle truppe alleate comandate dal sottotenente francese Louis Domissy, fu inferto alla già straziata popolazione di Vicovaro il dolore di piangere altre 26 vittime. La sera del 7 giugno 1944 la gente aspettava con ansia e trepidazione che da un momento all’altro, in lontananza, spuntassero gli elmetti delle forze alleate di liberazione. I tedeschi, dopo aver commesso l’orrendo eccidio di Villa Spada erano scappati tranne un’ultima guarnigione di guastatori, in attesa di ricevere l’ordine di far saltare i ponti sulle strade e sulla ferrovia, allo scopo di impedire il passaggio degli automezzi alleati. Intanto le ultime pattuglie in ritirata, provenienti dal vicino paese di Castel Madama, attraversavano frettolosamente il nostro territorio per ripiegare verso la Sabina. Verso le 19.00 dello stesso giorno, si legge testualmente nella prima deliberazione del libero Comune di Vicovaro redatta dal Prefetto: in località Pratarelle, la più bella e lussureggiante e verdeggiante zona del territorio, una decina di vandali ed unni armati di pistole e fucili mitragliatori provenienti dal territorio di Castel Madama, commisero il più terribile eccidio e strage che la storia locale della nostra Provincia, negli anni di guerra ricordi. Una grande parte della popolazione si era rifugiata nelle Pratarelle per non incorrere nella rabbia dei predoni tedeschi, ma questi senza ragione alcuna, senza distinzione di età e di sesso, trucidarono ventisei civili, dei quali per onorare la memoria, si riportano i nomi: Carboni Giuseppe di anni 83, Ceccarelli Celeste di anni 54, Ciucci Giuseppina di anni 39, Crielesi Elsa di anni 22, Cubello Luigi di anni 20, De Simone Emma di anni 46, Duvalli Armando di anni 44, Duvalli Nando di anni 16, Duvalli Rita di anni 18, Febi Romana di anni 16, Giardini Elettra di anni 4, Giardini Giacomo di anni 46, Maiorani Armando di anni 10, Maiorani Francesco di anni 57, Maiorani Giuseppe di anni 87, Orfei Fernando di anni 16, Orfei Secondo di anni 23, Ossiti Oreste di anni 14, Roberti Erminia di anni 44, Rotondi Antonia di anni 51, Rotondi Giovanni di anni 3, Ventura Maria di anni 55, Ziantoni Angela di anni 8, Ziantoni Celeste di anni 17, Ziantoni Mario di anni 3, inoltre, un nascituro ucciso nel grembo materno, figlio di Ciucci Giuseppina. Fra i sopravvissuti alla strage, Gino Ventura scampato alla morte dopo essere stato raggiunto da 14 proiettili, che gli causarono la frattura del femore sinistro in sette parti con conseguente invalidità. Inoltre, colpito a bruciapelo da un colpo di pistola sparato alla tempia, fortunatamente soltanto di striscio. Altre due persone scampate alla strage furono Angelo Rotondi, che subì l’amputazione della mano per le ferite riportate, e il piccolo Arturo Ziantoni di 4 anni che si salvò perché sommerso dal “mucchio” di cadaveri tra cui quello di sua madre.

PERSONAGGI

Marco Antonio Sabellico

Marco Antonio Sabellico

Marcantonio Coccia, detto il Sabellico, nacque a Vicovaro intorno all’anno 1448. Ai suoi tempi il paese faceva parte del feudo della famiglia Orsini del ramo di Tagliacozzo. Le informazioni sulla sua vita e le sue opere le rivela lui stesso nelle sue lettere (Epistolae) che scrisse ai familiari e ai personaggi illustri del tempo con i quali ebbe rapporti di amicizia. Raccolte in dodici libri, esse vennero pubblicate a Venezia nel 1502. La famiglia Coccia, era probabilmente benestante, la madre Cecilia, morì forse, quando era ancora piccolo. Il padre Giovanni fu alle dipendenze già di Roberto Orsini, partecipando con il principe alla guerra di Calabria. Era in amicizia anche con la potente e ricca famiglia Porcari, che ricopriva in molte località del Lazio, alti incarichi per conto dello Stato Pontificio. Marcantonio fu il più piccolo di sei figli maschi (Angelo, Troilo, Domenico, Mariotto, Cataluccio), sicuramente ebbe anche delle sorelle di cui non si hanno notizie precise. L’abitazione della sua famiglia, probabilmente, è stata identificata con l’edificio situato in Via Marcantonio Sabellico, che reca ancora l’edicola con l’annunciazione risalente al XVII secolo.

Marcantonio Sabellico iniziò gli studi di grammatica a Vicovaro sotto la guida di Nicola Carsio, abate del monastero di San Cosimato. Adolescente, si trasferì a Roma insieme al fratello Cataluccio per completare la sua preparazione culturale, ospiti nella casa della famiglia Porcari, vicino la Chiesa della Minerva a Roma. Qui, seguì le lezioni di famosi maestri come Pomponio Leto, fondatore dell’Accademia Romana, Domizio Veronese, Gaspare Veronese (che fu maestro di lingua latina) e del poeta Porcelio. Nel ‘400 le Accademie erano molto diffuse. Gli studiosi si riunivano per parlare di letteratura, arti, confrontare opinioni sui più svariati argomenti. Questo, è infatti il periodo che definiamo Umanesimo, caratterizzato da un rinnovato interesse per lo studio delle opere degli autori latini e greci. I letterati del tempo avevano, all’interno di questi cenacoli, l’abitudine di non chiamarsi con il loro vero nome, ma di prendere quello di famosi personaggi o luoghi del mondo classico, l’appellativo Sabellico si richiama infatti all’antica origine della sua terra natia derivante dalla popolazione degli Equi(antica popolazione dell’Italia preromana appartenente al gruppo sabellico che abitava nelle alte valli dei fiumi Aniene e Imella). Nell’Accademia Romana conobbe Angelo Fasolo da Chioggia, tesoriere di papa Paolo II.

Alla morte del pontefice, il nipote Marco Barbo, nominato Patriarca di Aquileia, lo designò suo Vicario e il Fasolo chiese a Marcantonio di seguirlo in veste di segretario. Nel 1473, durante una visita pastorale a Udine, il Fasolo lo raccomandò presso i provveditori della città che cercavano un insegnante per le scuole pubbliche. Il Sabellico insegnò ad Udine per l’anno scolastico 1473-74 raccogliendo grandi consensi e fama. Tuttavia ci fu anche chi criticò il fatto che, nonostante l’impiego, continuasse a dare lezioni private ai figli dei nobili. Queste voci fecero ritardare la riconferma dell’incarico per l’anno successivo. La risposta di Marcantonio a queste accuse fu la pubblica lettura di un manoscritto intitolato: “In Utini Originem“ (Sulle origini di Udine). La storia della città da lui raccontata e commentata commosse a tal punto la platea, che forse solo allora gli udinesi compresero quale uomo insigne stavano per perdere. Dopo Udine, visse per qualche tempo a Verona ospite di Benedetto Trevisan, funzionario della prefettura della città. Nel 1485 si trasferì a Venezia: per affermarsi, progettò di scrivere una storia della città dalle origini ai suoi giorni intitolata Historiae Rerum Venetarum (storia della Repubblica di Venezia) in 32 capitoli, suddivisi in periodi di 10 anni.

Quest’opera, che divenne testo scolastico di storia, fu talmente apprezzata dai politici e dai nobili che gli valse una rendita vitalizia annua di duecento ducati d’oro. La prima edizione fu del 1486. Durante il soggiorno veneziano ebbe anche l’incarico di insegnare letteratura latina ed eloquenza presso la scuola pubblica di San Marco. La sua abitazione fu a Rialto, nelle vicinanze dell’omonimo ponte, successivamente si spostò poco distante nei pressi di San Benedetto dove rimase fino alla morte. Tra gli incarichi prestigiosi che ricoprì occorre ricordare quello di conservatore della biblioteca pubblica(Biblioteca Marciana) conferitogli nel 1487 dal Doge Barbadigo. A Venezia compose il suo capolavoro: le Enneadi (il titolo originario era Rapsodiae Historiarum) un’opera che raccontava in 92 capitoli le storie di tutti i popoli della terra fino allora conosciuti, dalle origini fino ai suoi giorni. Marcantonio Sabellico si spense a Venezia il 14 maggio 1506, desiderando di essere sepolto nella Chiesa di S. Maria delle Grazie. Inoltre, tra gli illustri personaggi, si ricorda: Padre Pietro da Vicovaro, Fra Pietro Fanti, il pittore Antonio Rosati, Padre Virginio Rotondi, lo scrittore Amedeo Rotondi, ecc,.

  • Popolazione: 4106 abitanti (vicovaresi)
  • Altitudine: 300 m s.l.m.
  • Distanza da Roma: 48 Km
  • Comuni limitrofi: Castel Madama, Mandela, Roccagiovine, Sambuci, San Polo dei Cavalieri, Saracinesco, Tivoli.
  • Informazioni turistiche presso il comune – Tel. 0774.496285; Pro Loco 0774/498038 prolocovicovaro2010@gmail.com

DA VISITARE

I documenti d’Archivio, Visite Pastorali, Apostoliche, ad Limina, ecc., danno un’idea abbastanza nitida della vita religiosa presente a Vicovaro. La presenza di quattro Confraternite e di ben nove chiese, alcune delle quali completamente distrutte, testimoniano la grande importanza storica ed artistica del paese. Tra quelle rimaste citiamo:

Chiesa di San Pietro Apostolo

Chiesa di S. Pietro Apostolo a croce greca. Fu costruita dai Bolognetti in sostituzione dell’antica chiesa medievale, anch’essa dedicata a San Pietro, ed eretta in prossimità del castello verso il secolo XI: ridotta in condizioni pessime fu demolita nel 1744 per far posto ad un nuovo edificio. La nuova chiesa, di stile tardo-barocco, progettata dal marchese Gerolamo Theodoli, congiunto dei Bolognetti ed autore tra l’altro, della chiesa dei Santi Pietro e Marcellino in via Merulana, e del Teatro Argentina in Roma, fu consacrata nel 1755. Sull’altare maggiore, domina una grande tela raffigurante Gesù che consegna a San Pietro le chiavi del Regno dei Cieli, opera del messinese Salvatore Monosilio, autore anche delle quattro tele nel transetto raffiguranti i quattro Santi Avvocati di Vicovaro: S. Rocco, S. Sebastiano, S. Atanasio, S. Antonio da Padova.

Tempietto di San Giacomo Maggiore

Tempietto di San Giacomo Maggiore: E’ monumento nazionale ed è il gioiello artistico e storico di Vicovaro. Iniziato intorno al 1440 per volontà di Giovanni Antonio Orsini, conte di Tagliacozzo e Signore di Vicovaro, doveva servire a tomba di famiglia. La costruzione ottagonale, interrotta verso il 1456 alla morte del fondatore, venne ultimata intorno al 1474 dal suo erede, Giovanni Orsini, Arcivescovo di Trani, Abate di Farfa: sua è la scritta dedicatoria scolpita sull’architrave del portale. Anche se l’interruzione provocò la sovrapposizione di stili diversi, l’edificio mostra un mirabile insieme, più scultoreo che architettonico: nella parte inferiore il tardo-gotico, opera di Domenico da Capodistria, è composta da ventiquattro nicchiette incorniciate da frontoni, pinnacoli, ghimberghe e colonnine, racchiudenti altrettante statuette di santi, delimitate da una rigida cornice d’acanto. Nella parte superiore invece predomina lo stile rinascimentale di Giovanni da Traù, il Dalmata, con i Tondi; la Lunetta, ospitante la Vergine ed il Bambino con ai lati i SS. Pietro e Paolo che presentano Napoleone e Roberto Orsini, fratelli dell’Arcivescovo Giovanni e Titolari della contea marsicana; l’Archivolto, che racchiude quattro angeli; il timpano con lo stemma degli Orsini sostenuto da due angioletti; i bassorilievi; e gli acroterii ecc. L’armoniosa fusione dei due stili ed il perfetto inserimento nel contesto urbanistico, conferiscono all’edificio un pregio architettonico di grande rilevanza, in netto contrasto con quello soverchiante della chiesa di S. Pietro Apostolo.

La piazza, che si distende tra il Tempietto e la Chiesa di S. Pietro, costituisce un complesso urbanistico e monumentale molto caratteristico: è il fulcro della vita vicovarese, luogo d’incontro per le feste tradizionali, religiose e profane, nonché teatro di scene da film girati da importanti attori e registi. Ai primi del ‘700, Paolo e Ferdinando Bolognetti fecero costruire all’interno del Tempietto l’altare: lo dotarono di sacre reliquie, del quadro della Madonna di Vicovaro (1738), opera del pittore romano Giacomo Triga, di quello sovrastante del Padre Eterno, del Monosilio, delle sei grandi statue di gesso dei Santi di cui i Bolognetti erano devoti. La cappella divenne l’angolo preferito della religiosità popolare soprattutto dopo i miracoli del movimento degli occhi della Venerata Immagine di Maria SS. Avvocata Nostra che aveva già dispensato abbondanti grazie e favori. A Vicovaro l’evento si manifestò il 20 luglio 1796, nel vicino convento di San Cosimato in un’immagine della Vergine Addolorata posta in un’edicola all’angolo del recinto della Via Crucis. Due giorni dopo, il 22 luglio, lo stesso evento avvenne nel Tempietto di S. Giacomo Maggiore: il dipinto della Vergine, “mosse gli occhi “. Lo straordinario evento tornò a ripetersi il 22 luglio del 1863. Per un lungo periodo il flusso dei pellegrini divenne particolarmente intenso tanto, riferisce un documento dell’epoca, che la domenica del 9 agosto del 1863, si contavano da dieci a quindicimila visitatori. Per decreto del Capitolo Vaticano l’immagine fu solennemente incoronata il 13 ottobre 1913. Il prodigio tornò a ripetersi nuovamente il 28 dicembre del 1931 e nell’anno 1954.

Palazzo Cenci-Bolognetti

Palazzo Cenci-Bolognetti, ex Palazzo Orsini. L’antico Castello Orsini, incorporato nel settecentesco Palazzo Bolognetti, fu costruito intorno l’anno 1260 quando tutto il paese fu trasformato in fortezza quadrilatera: all’interno, lo splendido giardino pensile. In uno dei saloni si trova una copertura tombale la cui iscrizione è servita a stabilire l’esatta posizione della villa del famoso poeta Quinto Orazio Flacco. Del periodo medievale e rinascimentale restano la Rocca, con torri cilindriche e resti del “Maschio” quadrato e la vecchia entrata del Palazzo Orsini, con arcata gotica della prima metà del sec. XV, nelle sale alcuni resti d’affreschi.

Chiesa di S. Antonino, comunemente detta di S. Maria del Sepolcro. Chiesa rurale con annesso convento dei Religiosi del Terzo Ordine di S. Francesco, e resti di un edificio e di un ponte d’età medievale con preesistenze d’età romana sull’Aniene. La chiesa, ad unica navata, accessibile dall’ingresso cinquecentesco sormontato da una nicchia con la Vergine e il Bambino, è divisa in due campate, più una absidiola, già contenente un gruppo in terracotta policroma rappresentante la “Deposizione di Cristo al Sepolcro”, (sec. XVI) da qui l’eponimo di “Sepolcro” dato alla chiesa stessa. Costruita alla confluenza tra il fiume Aniene e il Ronci, la sua ubicazione ha permesso la ricostruzione dell’esatto percorso dell’antica Tiburtina Valeria, che aveva subito modifiche per le erosioni provocate dai fiumi. Oggi, il complesso, è inserito nel progetto di recupero e valorizzazione europeo “Le Rotonde del Santo Sepolcro “

Chiesa Sant'Antonio Abate

Chiesa di S. Antonio Abate. Fuori del paese, sotto Porta Roma (Porta da Piedi o Porta di Sotto), sulla sponda destra dell’Aniene, sono rimasti i ruderi del ponte romano sul quale l’acquedotto Claudio attraversava il fiume. La chiesa di S. Antonio Abate domina questo scorcio di paesaggio ritratto da molti pittori. L’edificio è fondato su un tratto della cinta inferiore delle mura. La chiesa, l’oratorio attiguo ad essa e il palazzo posto frontalmente, costruito alla fine del XVI secolo come Ospedale, furono per alcuni secoli il centro di un’intensa attività della Confraternita dei Disciplinati o della S. Croce (Flagellanti) della “terra di Vicovaro”. Istituita da laici verso il 1420 per la pratica di opere caritative, si dedicò all’assistenza dei malati, dei poveri, degli orfani e delle vedove del paese. La benevolenza dei Vicovaresi favorì lasciti e donazioni cosicché la Confraternita dispose di notevoli rendite fondiarie. Per effetto della legge Crispi del 1890, il ricco patrimonio della chiesa e della Confraternita fu confiscato e devoluto, prima alla Congregazione di Carità, poi all’E.C.A. Finì disperso a seguito di affrancazioni interessate rendendo impossibile l’assistenza che per più di quattro secoli aveva tutelato i più deboli e i diseredati. La chiesa attuale fu costruita alla fine del secolo XV su un edificio precedente. Verso l’anno 1760 l’edificio fu sistemato com’è odiernamente, su progetto di Pietro Torelli, conservando dell’antico, il campanile a vela e il portico con le quattro colonne e capitelli antichi. All’interno della chiesa, è restaurato e attivo, l’Organo del 1759 attribuito a Lorenzo Alari;

Chiesa di Santa Maria delle Grazie. E’ tra le chiese più antiche di Vicovaro, già nominata nel testamento del 1233 di Giangaetano Orsini, insieme con i Frati Minori Conventuali che vi risiedevano. Gli storici dell’ordine ritengono che i frati minori furono incoraggiati ad insediarsi per volontà di S. Francesco d’Assisi, di passaggio a Vicovaro nel 1222, e diretto in pellegrinaggio alle fonti del monachesimo di Subiaco e Montecassino. Nell’interno, più volte modificata, interessanti affreschi e tempere, mentre nel primo altare a destra, già una pala d’altare di Vincenzo Manenti (1628). Marcantonio Sabellico, nel suo testamento dispose che alla chiesa di Santa Maria fosse data in dono l’icona lignea bizantina dipinta su legno di cedro del Libano, tenuta nella sua camera da letto, raffigurante la Vergine. Forse è la stessa che ha adornato per secoli l’altare maggiore. Adiacente alla chiesa il convento con un piccolo chiostro, mai terminato e con resti di affreschi, il refettorio ed altri locali; fu devastato dai soldati francesi nel 1803 e mai più ricostruito. Oggi, la chiesa restaurata, è luogo di interesse culturale per le iniziative di Vicovaro e per la Valle dell’Aniene.

Chiesa di San Salvatore. Edificata su ruderi romani e dedicata, nel medioevo, al Salvatore. Nell’interno una magnifica cappellina gotica, (odierna Cappella di Loreto), con un’elaboratissima arcata polilobata in peperino scolpita alla maniera sulmonese (prima metà sec. XV). Importanti anche gli affreschi della cappellina attigua (sec. XVI). Il suo campanile a vela è ricavato da una delle quattro torri angolari dell’edificio sul quale la chiesa è poggiata.

Chiesa di San Rocco, eretta dalla Comunità di Vicovaro nel Cinquecento con annesso oratorio, è situata sulla Via Tiburtina Valeria vecchia, fu parzialmente restaurata nel secolo XVII e nel secolo successivo: oggi, è in stato di abbandono e di degrado con grande rischio per gli affreschi custoditi.

Chiesa di San Sabino. Edificata sui resti di un edificio rettangolare romano in “opus mixtum” e pavimento in cocciopesto. La costruzione fu adibita sin dal primo medioevo a chiesa dedicata a S. Sabino vescovo. Fu restaurata nelle forme attuali alla fine del Seicento. Interessanti gli stipiti dell’ingresso, della seconda metà del Quattrocento, in materiale di riutilizzo proveniente da un edificio andato distrutto. Fu, con quella di S. Rocco, di pertinenza della Confraternita dei Santi Rocco, Sebastiano ed Attanasio, divenuta poi dell’Orazione e della Morte (Compagnia della Buona Morte).

Convento di San Cosimato

Convento di San Cosimato (secolo XVIII). La chiesa e l’edificio conservano memorie delle varie epoche storiche: alcuni frammenti in bassorilievo marmoreo di stile romanico con i simboli di Cristo e degli Evangelisti sull’altare della prima cappella a sinistra; un arco rinascimentale di rilevante bellezza nella seconda cappella e resti di pitture del XV secolo nella terza e quarta cappella. Le grotte dei primi eremiti e di San Benedetto meritano una visita, così come, sempre sulla parete rocciosa della rupe, i cunicoli degli acquedotti romani dell’Anio Vetus, Anius Novus, l’acquedotto Marcio e l’acquedotto Claudio, scavati nella roccia e che in questo punto attraversavano l’Aniene, all’interno di un grandioso ponte di cui restano alcuni ruderi. Nel’700 e nell’800 numerosi furono gli artisti che, frequentemente, presero a soggetto il complesso architettonico e paesaggistico di San Cosimato.

PRODOTTI TIPICI

Pagnotta Vicovarese

Pagnotta vicovarese, ciambelle all’anice, olio, salumi, latticini e vini.

FESTE E SAGRE

17 gennaio: “Festa di sant’Antonio Abate” patrono di Vicovaro, con processione e benedizione degli animali. Il culto di S. Antonio Abate iniziò a Vicovaro nel XIV sec. Anche quì sorse, in vicinanza dell’ospizio, un borgo in cui venivano assistiti i malati bisognosi di cure colpiti da herpes (il noto “Fuoco di S.Antonio”) come avveniva in Francia a Vienne, la città dove un crociato nel 1095 portò da Costantinopoli alcune reliquie del Santo ed iniziò, creando il primo Bourg S. Antoine, l’assistenza ai malati. Costoro venivano curati spalmando sulle dermatiti il grasso derivato dai maiali benedetti e consacrati dal Santo. A testimonianza del profondo legame che univa i Vicovaresi a S. Antonio Abate resta non solo la chiesa omonima ma anche l’antichissima Confraternita caratterizzata dall’abito dei confratelli (un sacco bianco e una mantellina rossa con la Croce di Malta) indossato in occasione delle processioni e gelosamente tramandato. In occasione della festa di S. Antonio Abate nella chiesa a Lui dedicata si celebrano I Vespri, la messa solenne, mentre un’imponente processione si snoda per le vie di Vicovaro. Sotto il portico della predetta chiesa in passato sfilavano gli animali condotti quì dai loro padroni per la tradizionale benedizione.

Febbraio – marzo: Carnevale vicovarese. Sfilata dei carri allegorici ed iniziative varie. Di antica istituzione il carnevale di Vicovaro dopo una lunga pausa è stato ripristinato grazie all’interessamento del Complesso Bandistico “G. Rossini”. Le strade vicovaresi e Piazza San Pietro sono percorse da allegri e chiassosi cortei folcloristici che accompagnano i carri allegorici.

Marzo – aprile: Settimana Santa. “Via Crucis” attraverso le vie cittadine, rievocazione storica della Passione e morte di Cristo. E’ una rappresentazione altamente drammatica della Passione di Cristo e della Sua ascesa sul Monta Calvario. Personaggi in costume, sottofondi musicali, lettura di brani evangelici fanno di questa Via Crucis un evento emozionante e raro che raggiunge il culmine con la scena della Crocefissione. I Fratelli della Confraternita dei Flagellati di Vicovaro curavano in passato il culto giustamente dovuto alla Passione e Morte di N.S. Gesù Cristo.

Prima domenica di giugno: commemorazione dei caduti delle Pratarelle.

Giugno o settembre – Sagra della pagnotta Vicovarese. Stands, spettacoli e pranzo comunitario all’aperto con distribuzione delle tipiche pagnotte vicovaresi.

2 agosto – Festa del Perdono di Assisi. Fiera nella frazione di San Cosimato.

15 agosto – Festa dell’Inchinata. Partecipano alla cerimonia tutte le Confraternite che sfilano con la statua del loro Patrono e con gli stendardi; al loro seguito avanza l’icona dell’Assunta seguita da quella del SS. Salvatore (custodita nella chiesa omonima). Giunti in Piazza San Pietro, il Salvatore ha alla sua destra Maria. I confratelli raggiungono il prospiciente Tempietto di S. Giacomo Maggiore e in processione si incamminano all’altra estremità della Piazza ove a turno si inchinano tre volte davanti alle Sacre Immagini. Ogni Confraternita omaggia le Icone facendo inchinare anche la statua del proprio patrono. E’ quindi la volta del quadro della Vergine a muoversi; lascia il sagrato per dirigersi verso il predetto Tempietto e quindi tornare presso il Salvatore dinanzi a cui si inchina per tre volte.

Agosto: VicoStock – Festival di Gruppi Emergenti della Valle dell’Aniene – Il Festival nasce per dare spazio e visibilità a tutti i gruppi emergenti, dalla Valle dell’Aniene fino a Roma. Un’opportunità per i gruppi emergenti di suonare su un palco molto stimolante, in un’atmosfera di fermento e di confronto che, unita alla serenità dell’organizzazione, fa di VicoStock una delle manifestazioni più riuscite della zona. Per questo motivo il Festival di Gruppi Emergenti della Valle dell’Aniene Vicostock si va a collocare tra le iniziative del territorio che, con il passare degli anni, stanno divenendo un appuntamento immancabile e di rilievo.

Ultima domenica di agosto e prima di settembre – Festa di Maria Santissima Avvocata Nostra. E’ la principale festa del paese ed è dedicata alla Madonna della Cappella. Un apposito comitato organizza questo evento che si celebra la prima domenica di settembre. Spettacoli, concerti, mostre, fuochi d’artificio, stands con prodotti tipici vengono programmati nelle due settimane che precedono e seguono la festa per l’Avvocata Nostra, il cui quadro viene trasportato con gran pompa seguito da tutte le Confraternite per le vie vicovaresi. Da ricordare che il 22 luglio del 1796 la sacra immagine mosse per la prima volta gli occhi; il miracolo si ripeté nel 1863, nel 1931 e nel 1954. Il quadro è opera del pittore Giovanni Tiga che lo dipinse nel 1738.

4 novembre: commemorazione dei caduti di tutte le guerre.

Novembre – Sagra del cinghiale.

8 dicembre: “Festa della Madonna di Loreto”


DOVE MANGIARE

RISTORANTE/PIZZERIA IL SABATO DEL VILLAGGIO, Via G. Leopardi 13/15. Tel.: 0774/498126. Riposo settimanale il mercoledì.

RISTORANTE/PIZZERIA IL GABBIANO, Borgo Sant’Antonio 15. Tel.: 0774/498225. Riposo settimanale il martedì. E’ aperto a pranzo il sabato, la domenica e festivi.

RISTORANTE/PIZZERIA/BISTECCHERIA DA SEGHETTO E LA SORA AUSILIA, Via Licinese snc. Tel.: 0774/492519. Riposo settimanale il mercoledì.

 

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